Il mondo è invaso dall’odio. Che si può fare per sconfiggerlo? 

Alcuni mesi fa feci una riflessione sull’odio, sentimento antichissimo le cui terribili conseguenze sono state sperimentate sulla propria pelle da tutti i gruppi sociali in ogni tempo e in ogni luogo, coinvolgendo anche connazionali e perfino consanguinei, a cominciare da Caino e Abele, dando luogo  a guerre civili e rivoluzioni. Il XX secolo ne è l’esempio più eclatante. Allora io mi domando come mai la mente umana – supportata dalla scienza, che ha raggiunto traguardi inimmaginabili fino a pochi decenni fa, e dalla filosofia, che alle spalle ben due millenni e mezzo di esperienza nella ricerca della Verità  e del Bene – non riesca a superare questo distruttivo sentimento che conduce inesorabilmente alla morte. La risposta me la dà il Vangelo: il Male alligna nel cuore dell’uomo e dal cuore escono tutte le intenzioni cattive che lo contaminano generando l’odio (Mc 7, 29). Lo vediamo quotidianamente da quello che avviene su Facebook e su gli altri “social networks”, trasformati in  serbatoi inesauribili  di calunnie e di veleni ai danni di chi risulta per qualche motivo antipatico a coloro che, frustrati dalla vita, non trovano altre possibilità di sfogo all’odio e al livore che provano per il prossimo. Che l’odio sia un sentimento deleterio che può distruggere in primo luogo lo stesso “odiatore”, credo sia una verità ormai universalmente riconosciuta sia dalla psicologia che dalla psichiatria cliniche. Ma un conto è riconoscere questa verità a livello comune, quando cioè ancora non raggiunge livelli dichiaratamente patologici, un conto è riuscire a metterla in pratica reprimendo questo inutile sentimento che nella storia umana ha sempre provocato innumerevoli dolori e disgrazie. Perciò riflettendo su questa verità – non certo da psichiatra, o psicologa o, tanto meno, da teologa o da presuntuosa “tuttologa”, ma solo da cattolica “bambina” – mi rendo conto di quanto sia importante obbedire al precetto evangelico di “non giudicare” e di “perdonare”, cominciando dagli eventi della vita spicciola quotidiana.  Infatti se ci crediamo in diritto di giudicare una persona, e non solo l’atto da essa commesso nei nostri confronti (che può essere anche un banale dispetto tra vicini di casa) ma anche le motivazioni che crediamol’abbiano spinta ad agire, noi ci illudiamo di conoscere con assoluta certezza, non solo quelle intenzioni, ma anche i risvolti più reconditi dell’animo di quella persona (quelli che solo Dio vede e conosce intimamente), perciò finiamo per attribuire a quel nostro fratello (o sorella) – senza rendercene conto e in maniera deformata e ingigantita – intenzioni e  sentimenti che invece nascono da noi perché probabilmente anche noi, nelle stesse circostanze, avremmo agito in quel modo.  E’ il fenomeno che gli psicologi chiamano “identificazione proiettiva” ed è ciò che impedisce di rompere la spirale dell’odio e di ritrovare la pace. E’ una verità della mente umana che aveva ben percepito anche un filosofo certamente non cristiano, anzi decisamente nemico del Cristianesimo,  come Friedrick Nietzsche quando scrisse: “Chi lotta contro i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te” [1]. La storia sarebbe un’ottima “magistra vitae”, se solo gli uomini fossero allievi un po’ più docili e attenti. Essa ci dimostrerebbe che si tende sempre a rappresentare i “cattivi”, Hitler, Stalin, Pol Pot, Idi Amin, come il “Male assoluto” assolvendo i “buoni” dalla responsabilità di aver creato o favorito le condizioni perché quei “cattivi” raggiungessero il potere. Ma in questo modo si corre anche il rischio di adottare criteri di comportamento molto simili a quelli dei “cattivi”, perché stigmatizzare chi sta dall’altra parte quasi come totalmente malvagio, porta ad autoassolversi  giustificando quanto di male si può compiere nei suoi confronti. Il Gen. George S. Patton, comandante in capo delle forze americane sul fronte occidentale durante la Seconda  Guerra Mondiale, diceva: “Scopo della guerra è ammazzare lo stupido bastardo che sta dall’altra parte”. E’ la perversa logica di tutte le guerre. Tutti poi crediamo di avere ottime ragioni per distruggere l’odiato nemico: è quanto pensavano i turchi perpetrando il genocidio degli armeni (evento di cui essi oggi hanno sicuramente la coscienza sporca, ma difficile per loro da digerire e riconoscere anche dopo cento anni) perché li ritenevano la quinta colonna dell’impero russo nel loro territorio. Ma se il genere umano fosse più attento alle lezioni che gli provengono dalla storia comprenderebbe che il sentirsi completamente innocente del male che si è verificato e si verifica nel resto del mondo serve solo a perpetuare il male e l’odio che da esso deriva. E se l’umanità tenesse in maggiore considerazione il Vangelo, comprenderebbe meglio e farebbe meglio tesoro del rimprovero che Gesù muove alle benpensanti anime belle del suo tempo: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che innalzate le tombe ai profeti e adornate le tombe dei giusti e dite: “ Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti”; e così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli degli uccisori dei profeti. Ebbene, colmate la misura dei vostri padri!” (Mt 23, 29 – 32). Con queste sue sferzanti parole  Gesù non intendeva certo attribuire ai suoi contemporanei la responsabilità diretta della persecuzione subita dai profeti molti secoli prima che essi nascessero – come i giovani turchi e i giovani tedeschi del nostro tempo non devono certo ritenersi direttamente responsabili degli stermini perpetrati dai loro nonni e bisnonni – ma voleva mettere in guardia loro, e anche noi, contro la tentazione dell’odio e del peccato sempre in agguato per assalirci quando meno ce lo aspettiamo, se appena le circostanze ci sembrano avverse, perché siamo tutti dei potenziali peccatori. Se cediamo a quella tentazione, la nostra ipocrisia ci rende peggiori dei nostri padri. La tentazione di credersi migliori degli altri alligna sempre nel cuore degli uomini fin dalla notte dei tempi ed è alla base del perpetuarsi dell’odio. Quando ero adolescente mia madre mi mise in mano un libro ormai vecchio e sciupato che ancora conservo gelosamente perché lo ritengo uno dei pilastri della mia formazione umana: “All’Ovest niente di nuovo” di Erich Maria Remarque[2]. Il giovane Paul Baumer, allevato nel clima militaresco e guerrafondaio dell’Impero Tedesco, si arruola entusiasticamente come volontario nella Prima Guerra Mondiale, certo di contribuire all’affermazione della superiorità del suo Paese e del suo popolo; ma due circostanze lo indurranno a vedere “il nemico” nella sua concreta umanità provocando il lui una vera “metànoia”. La prima è quando egli entra in un campo di prigionia e vede per la prima volta, ricavandone uno strano effetto, gli inermi internati russi svolgere le loro incombenze quotidiane: “Hanno facce che fanno pensare, buone facce di contadini, larghe fronti, nasi schiacciati, grosse labbra, grosse mani, capelli lanosi e l’aria anche più mite e buona dei nostri contadini frisoni … un ordine ha trasformato queste figure silenziose in nemici nostri; un altro ordine potrebbe trasformarli in amici”. Il nemico, visto da vicino, ora ggliali sembra umano e la sua impotente sofferenza spegne nel cuore del giovane Paul  il rancore e l’odio di parte. Più tardi, in un’azione di guerra, Paul uccide un soldato francese, ma sente la strana curiosità, o l’impulso, di sapere chi sia quello sconosciuto. Fruga nella divisa di lui, ne trova il nome, “Gérard Duval,  typograph”, e qualcos’altro che lo sconvolge:  “Sono fotografie di una donna e di una bimba … ci sono lettere … ogni parola che riesco a tradurre mi penetra come un colpo infuocato nel petto, mi trapassa il cuore come una pugnalata … non è gente ricca … vorrei poter mandare loro del denaro in forma anonima …”. La conoscenza dell’altro cancella l’odio e dà luogo alla commozione e alla pietà, sentimenti agli antipodi di quelli che egli era stato addestrato a nutrire per chi militava nell’esercito nemico. Ma il giovane Paul non avrà modo di elaborare e mettere a frutto la sua nuova presa di coscienza perché nel 1918 a Verdun, poco prima della fine del conflitto, anche lui cadrà ucciso dal nemico mentre il bollettino di guerra annuncia che “Non c’è niente di nuovo sul fronte occidentale”. Alla luce di questo avvenimento, compresi che il titolo del romanzo era davvero straziante perché il fatto che non ci fossero notizie da comunicare rivelava che la  morte di tanti giovani mandati allo sbaraglio in nome di un’assurda pretesa di superiorità nazionale rafforzava e centuplicava  l’insensata assurdità della guerra che si rivela sempre una “inutile strage”. La pietà, la compassione, l’immedesimazione nell’altro hanno sempre l’effetto di smorzare la carica dell’odio e della distruzione che esso provoca. Infatti ne erano ben consapevoli gli Stati Maggiori degli eserciti in conflitto che, durante la Prima Guerra Mondiale, proibivano rigidamente ai soldati di fraternizzare col nemico a Natale. Durante la Seconda Guerra la resistenza soprattutto passiva di tanti popoli – tacitamente sostenuti dal grande Papa Pio XII, che permise ai conventi di clausura di dare rifugio a tanti sventurati – consentì di salvare dallo sterminio un gran numero di ebrei. Hannah Arendt osservò che questa forma di boicottaggio rese “insicuri” molti addetti allo sterminio. Da grande appassionata di cinema come sono, non posso non ricordare un film che mi ha commosso: “La lista di Schindler”. Dopo che i russi hanno invaso la Polonia l’eroe eponimo, veramente esistito, fa lavorare molti ebrei nella sua fabbrica di stoviglie come manodopera a basso costo. Dopo la distruzione del ghetto di Varsavia e la deportazione degli ebrei ad Auschwitz, egli ottiene che i suoi operai continuino a lavorare per lui e così si salvano dall’internamento. Colui che aveva iniziato non certo per amore di quegli sventurati, ma solo per salvaguardare i propri affari sfruttandoli, poco per volta si rende conto della folle crudeltà nazista e col profilarsi della “soluzione finale” riuscirà a salvare dal campo di sterminio 1.100 persone meritando, dopo la sua morte, di essere annoverato tra i “Giusti” di Israele. E’ l’ennesima dimostrazione che Dio sa scrivere diritto anche su righe storte e sa ricavare il Bene anche dal Male. Allora come si può contrastare l’odio, questo sentimento antico come il mondo, all’origine di morte, guerra e infiniti dolori? Io credo che lo strumento più valido sia la saggezza o, per dirla in termini cristiani, la “sapientia cordis”. La saggezza è cosa ben diversa sia dall’intelligenza che dalla cultura, perché si può essere saggi senza essere intelligenti e istruiti, e intelligenti e istruiti senza essere saggi, dato che l’intelligenza e la cultura possono essere usate anche per fare il male. La persona saggia non odia nessuno perché si preoccupa più del bene comune che di quello individuale e cerca soluzioni che soddisfino tutti. Le occasioni per acquistare la “sapienza del cuore” sono molte, ma ciò che manca è la volontà di metterle in atto, perché adagiarsi nella situazione che si ritiene non modificabile è uno dei tanti luoghi comuni che giustificano l’odio. Più rifletto su questo argomento, più mi rendo conto di quanto sia importante, nell’educazione delle giovani generazioni, l’addestramento al pensiero critico e alla consapevolezza della nostra comune umanità per ostacolare la deriva cui può condurre l’odio e impedire che esso diventi una malattia cronica, una mentalità, un modo di vedere l’altro, facendo salvi tuttavia l’esercizio della giustizia e la difesa del terzo innocente, che richiedono un discorso completamente diverso. A questo scopo ritengo che il potenziamento della cultura e della riflessione critica siano importanti strumenti di evoluzione spirituale, capaci di togliere credibilità agli slogan dei prepotenti di ogni tempo, sempre approssimativi e grossolani. Ma purtroppo l’involuzione morale che sta vivendo questo nostro travagliato tempo favorisce il dilagare intorno a noi (complici la TV e i vari network) di rozzezza, ignoranza e superficialità di pensiero.

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