VLADIMIR KOMAROV: L’ASTRONAUTA PERDUTO

Ad ogni progresso l’uomo ha sacrificato dei suoi simili, ad ogni scalino dell’evoluzione salito corrispondono centinaia (se non migliaia) di morti; l’umanità è disposta a tutto pur di raggiungere i suoi scopi, anche a calpestare la propria… umanità!
Una delle frasi maggiormente pronunciate dai medici del 1900 era “I sacrifici sono necessari per il bene dell’umanità!”, ma purtroppo le vittime di quei sacrifici, invece di essere ricordate in eterno, hanno perso la loro identità e sono svanite nei meandri della storia.
Sono ormai famosi i numerosi esperimenti su cavie umane che nel passato hanno portato allo sviluppo di medicinali, antibiotici o anche solamente a capirne di più delle nostra anatomia, ma la medicina non è stata la sola branca scientifica a mandare a morte ignari esseri umani: le morti più atroci, forse, sono avvenute in cielo, lontano dai familiari, dagli amici e in stato di completo abbandono a se stessi, spesso dopo un lungo periodi di consapevolezza che nessuno avrebbe mosso un dito per cambiare le cose…
A Mosca erano le 9.07 del mattino del 12 aprile 1961 e dalla base spaziale di Bajkonur, in Kazakistan, decollava la Vostok 1 con a bordo il 27enne Jurij Gagarin. In 108 minuti la sonda compì un’orbita completa intorno alla Terra per poi atterrare con successo nella provincia di Saratov (Russia occidentale), dando ufficialmente inizio all’era delle esplorazioni celesti.
Jurij Alekseeviè Gagarin, il primo uomo nello spazio!
Ma dietro questa impresa ci sono due realtà ben diverse, ma scomode da raccontare…
La prima molti di noi la conoscono o la immaginano: l’impresa di Gagarin fu un successo, ma altri tentativi di mandare esseri umani (e non) in orbita fallirono causando la morte degli equipaggi. Qui ci sarebbe da raccontarne molti di incidenti, sia sovietici che americani, che si è voluto dimenticare o seppellire nelle sole memorie dei familiari; io ve ne racconto brevemente una, anche perchè in qualche modo torna ad essere protagonista Gagarin.
Qualcuno, forse, avrà sentito parlare di Vladimir Komarov. Vladimir Michajloviè Komarov venne decorato per due volte con il titolo onorario di “Eroe dell’Unione Sovietica” e dell’ “Ordine di Lenin” ed era una grande amico di Gagarin, tanto amico che sacrificò la sua stessa vita per lui.
La concorrenza nella corsa allo spazio degli americani era spietata e Leonid Brezhnev, leader dell’URSS, decise di spingere sul pedale della tecnologia aerospaziale e mettere in atto un rendezvous tra due navi spaziali sovietiche in orbita. Una manovra del genere non era mai stata fatta prima ed è tutt’oggi una delle imprese più delicate e difficili immaginabili. Il 23 aprile 1967 la navicella Soyuz 1 doveva condurre un cosmonauta in orbita e poi una seconda navicella sarebbe stata lanciata con un altro cosmonauta; i due si sarebbero poi scambiati di posto nello spazio e sarebbero tornati a casa con la navicella dell’altro.
L’ispezione finale della Soyuz 1 prima del lancio portò alla luce ben 203 problemi strutturali, cosa che chiaramente avrebbe messo in pericolo non solo la missione, ma lo stesso cosmonauta a bordo. Nonostante questo l’URSS non ne volle sentire ragioni: l’America mirava addirittura alla Luna e bisognava anticipare il loro successo per portare alto l’onore russo. Vladimir Komarov fu scelto come cosmonauta per la missione, mentre il suo amico Gagarin gli avrebbe dovuto dare il cambio con la seconda navicella. Non volendo vedere il suo caro amico morto, Garagin compilò un lungo promemoria di 10 pagine da inoltrare a Brezhnev illustrando l’impossibilità di compiere la missione, e la passò ad un amico del KGB perché gli venisse inoltrato. Ma il promemoria non arrivò mai a Brezhnev: tutti quelli a conoscenza di quella nota furono mandati in Siberia, tra questi anche Russayev, l’agente KGB che cerco di inoltrare il promemoria. La missione si doveva fare!
Russayev anni più tardi disse di aver chiesto a Vladimir perché non si era semplicemente rifiutato di volare in quelle condizioni. Lui rispose che se si fosse rifiutato, quello a rischiare la morte sarebbe stato il suo amico Jurij.

<> disse Vladimir parlando con l’agente, <> concluse scoppiando in lacrime.

Il giorno del lancio, il 23 Aprile 1967, Gagarin eluse le guardie e si avviò sulla rampa di lancio chiedendo a tutti i costi di venire preparato per il volo al posto del suo amico, ma fu bloccato e riportato indietro.
I problemi di Komarov con la sonda iniziarono poco dopo il lancio, quando uno dei panelli solari non si aprì come doveva, portando ad una mancanza di energia per molti dei sistemi di sicurezza della nave. Ulteriori problemi riguardarono il malfunzionamento dei rilevatori di orientamento della nave e di manovra. Il 24 aprile Komarov dovette avviare manualmente il procedimento di atterraggio, ma il paracadute di frenata della navicella spaziale non si aprì. A causa di questo guasto, l’impatto a terra fu violentissimo e per Komarov non vi fu alcuna possibilità di sopravvivere: i suoi resti sono conservati al Cremlino e sono un ammasso di ossa e carne fusa con le lamiere. Le ultime parole di Komarov furono un pianto a dirotto e urla furiose contro le persone che lo obbligarono in questa trappola mortale.
Se questa storia vi sembra triste (è lo è moltissimo), immaginate ciò che vi sto per raccontare: vi ho parlato di una seconda realtà scomoda, che è molto peggio e addirittura sconvolgente.
La missione della Soyuz 1 avvenne davanti agli occhi di tutto il mondo e non fu possibile coprire la tragedia o nascondere tutti i problemi di progettazione che portarono alla morte di Komarov; purtroppo per altri astronauti non andò così e morirono in circostanze orribili e dimenticati da tutti.
In realtà Jurij Gagarin non fu il primo uomo ad essere lanciato nello spazio, ma fu il primo a tornare vivo sulla terra per raccontarlo: i sovietici e gli americani diramavano scarse informazioni sulle loro missioni spaziali ed annunciavano i loro lanci solo quando già avvenuti: questo permetteva di diffondere solo le missioni spaziali andate in modo perfetto.
Negli anni ’50 e ’60 i russi primeggiavano nella corsa per lo spazio, ma la riuscita di Gagarin avvenne solo dopo numerosi fallimenti e conseguenti morti dei suoi predecessori, che non sono mai state rese ufficiali per il buon nome della nazione. A scoprire questi disastri hanno contribuito in modo decisivo i fratelli Judica Cordiglia, due persone appassionate dei viaggi spaziali che erano altamente esperti nel campo della telecomunicazioni e della radio. Grazie ai loro dispositivi intercettarono numerosi segnali telemetrici e di comunicazione in fonia tra la Terra e lo Spazio durante missioni sia sovietiche che americane, anche perchè allora i segnali non erano secretati o criptati in maniera efficace come oggi.
Dal 1957 i fratelli Judica Cordiglia riuscirono a captare i segnali, le conversazioni e persino le immagini dei principali voli spaziali; tra questi documentarono anche 14 missioni in cui gli astronauti sovietici morirono durante il volo spaziale, missioni che non vennero ufficialmente annunciate per non screditare il paese. Gli USA conoscevano i fallimenti russi (e probabilmente succedeva anche il contrario), ma la situazione era critica e più volte si andò vicino ad una terza guerra mondiale, così gli USA cercavano di provocare il meno possibile l’URSS e tacquero riguardo quelle missioni.
Il 28 novembre 1960, 135 giorni prima del lancio ufficiale del primo uomo nello spazio, i fratelli Judica Cordiglia in Italia e l’osservatorio di Bochum captarono e documentarono un messaggio dallo spazio in alfabeto Morse: un SOS A TUTTO IL MONDO ripetuto in continuazione, una richiesta di aiuto che non giunse mai. L’analisi scientifica del messaggio mostrò che non poteva trattarsi di un satellite in orbita attorno alla Terra, ma che si trattava di un veicolo spaziale in allontanamento della Terra.
Il 2 febbraio 1961, 69 giorni prima di Gagarin, registrarono dapprima strani suoni provenire da un oggetto che ruotava intorno alla Terra e poi dei battiti cardiaci ed il respiro di un uomo in agonia. L’analisi scientifica di queste intercettazioni portarono all’inevitabile conclusione che i sovietici avessero mandato un uomo nello spazio, ma la missione era andata male e l’astronauta stava morendo per asfissia. L’URSS cercò di coprire la faccenda dichiarando che si trattava di un veicolo senza persone a bordo, nuovamente lasciando lo sventurato ad un lento e terribile destino.
Nel maggio 1961 i monitoraggi dei fratelli Judica Cordiglia delle frequenze sovietiche riuscirono a registrare delle comunicazioni tra una base di lancio sovietica e tre persone nello spazio, di cui 2 uomini ed una donna (la prima nello spazio). I discorsi si facevano sempre più concitati e rapidi, ed evidenziavano difficoltà tecniche per gli astronauti. La donna ad un certo punto sentenziò l’imminente morte:

<<… Già, tanto questo il mondo non lo saprà mai…>>

Le trasmissioni durarono per 7 giorni e la mattina del 23 le voci maschili scomparvero. Si sentì solo la voce femminile che diceva di sentire caldo, di non avere ossigeno e che implorava aiuto chiedendo se sarebbe rientrata. Infine la donna iniziò a urlare per il caldo dicendo che vedeva una fiamma, poi il segnale si interruppe e della comunicazione rimase solo un fruscio.
Nel 1962 i russi moltiplicarono le missioni spaziali e una di queste fu intercettata il 6 settembre dai due fratelli e da una stazione di ascolto svedese. Il 17, 18 e 19 ottobre fu intercettato dallo spazio un altro segnale ed anche una voce di un uomo. La situazione si ripeté nei giorni dall’8 al 12 novembre dello stesso anno. Tutte queste intercettazioni furono confermate anche dagli americani e finirono tutte tragicamente, in cui si preferì lasciar morire l’equipaggio piuttosto di tentare un rientro che testimoniasse il fallimento russo.
Il 13 aprile 1964 i fratelli Judica Cordiglia intercettarono le comunicazioni di un esperimento spazialo che finirono il 25 aprile. Le registrazione è frammentaria, ma contiene più voci umane, tra cui una femminile, e nelle ultime battute si conclude con la voce femminile che chiama inutilmente la base di Terra chiedendo aiuto, la quale però chiuse i contatti e non rispose più perchè non c’era più modo di salvare l’equipaggio.
Mi fermo qui, anche se la cosa andrebbe approfondita e bisognerebbe prendere in esame anche i disastri degli americani, che però furono più “furbi” nell’occultare le trasmissioni. Io ho scritto di russi e americani, ma ovviamente non possiamo escludere che altre nazioni tentarono al conquista nello spazio (e tentino ancora oggi) uccidendo i propri astronauti in esperimenti suicidi.
Questo triste articolo lo voglio dedicare a tutte quelle persone (non solo astronauti) che sono sacrificati, consapevolmente o meno, e che la storia ha inghiottito cancellandone le tracce: grazie a loro oggi siamo ciò che siamo e a loro andrebbe quanto meno un “grazie” per aver permesso al “mostro umano” di espandere le sue conoscenze.

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