La realtà inventata…non dalla psicologia ma dalla. fisica! la relazione fra l’anima e la coscienza

Qual è la relazione fra l’anima e la coscienza? Per Jung la coscienza umana è «la manifestazione invisibile e intangibile dell’anima». Perciò il compito di «creare sempre più coscienza» diventa l’equivalente di riscoprire l’anima e di riprendere contatto con la Divinità interiore. Queste considerazioni ci pongono nella condizione di iniziare a capire perché probabilmente tutto ci è possibile.! Ma lasciamo questo interessantissimo tema per riprenderlo in seguito e ritorniamo ancora per un po’ ai nostri esperimenti.

Prima di effettuare l’esperimento di Oak School, Rosenthal, ha fornito i dati raccolti in uno studio analogo effettuato con i topi che fu ripetuto e confermato da molti altri studiosi. A dodici studenti di un corso di psicologia sperimentale furono tenute lezioni sulla possibilità di trasmettere a certi topi, mediante la selezione genetica, la capacità di rispondere positivamente o meno ad alcuni test. Poi, a sei studenti fu assegnato un gruppo di trenta topi che furono spacciati come discendenti da un ceppo superiore, e quindi abili o rapidi nell’apprendere. Agli altri sei studenti furono dati trenta topi e fu loro detto il contrario: i loro animali erano, per motivi genetici, più tardi nell’apprendimento.

In realtà non c’era nessunissima differenza genetica nei roditori: tutti venivano da un ceppo particolarmente omogeneo, del tipo sempre usato in questo tipo di esperimenti di psicologia sperimentale e tutti gli animali furono addestrati allo stesso esperimento sulla capacità di apprendimento. I topi considerati superiori dai loro addestratori si comportarono effettivamente meglio fin dall’inizio e portarono i loro punteggi molto al di sopra di quelli totalizzati dagli esemplari «non intelligenti». Al termine di questo esperimento durato cinque giorni, fu chiesto agli osservatori di valutare soggettivamente i loro animali.

Gli addestratori che erano convinti di aver lavorato con soggetti superiori li valutarono di conseguenza. Riferirono che erano curiosi, intelligenti e simpatici, e che giocherellavano spesso con loro, accarezzandoli e coccolandoli. Invece gli studenti che «sapevano» di avere trattato con topi non intelligenti espressero giudizi negativi su di essi.

Possiamo spiegare il risultato di questo esperimento come il consueto genere di «pregiudizio dell’osservatore?». Non potremmo ipotizzare che i risultati positivi siano da ricondurre alla sottile influenza dell’interazione giocosa e affettuosa fra gli sperimentatori e i loro topi «dotati?».

Se le cose stanno così, niente distingue la spiegazione dei risultati di questo studio da quella solitamente fornita circa l’esperimento di Oak School: tutto dipende dai sottili suggerimenti, dall’empatia e dai vantaggi di un insegnamento preferenziale, provenienti involontariamente dall’insegnante o dallo sperimentatore.

Non c’è dunque nessun bisogno, secondo quest’ottica, di suggerire che le menti degli sperimentatori abbiano influito sulla performance dei topi. Dopo tutto, gli studenti sono ragazzi gentili (non tutti), e inoltre spesso i topi di laboratorio sono creature graziose; ci si poteva quindi attendere dell’empatia e dei sentimenti positivi nei confronti di ciascuno dei due gruppi di soggetti. Ma manteniamo le spiegazioni chiare, semplici ed economiche.

Non scordiamo il rasoio di Occam: secondo questa regola aurea della scienza, enunciata nel quattordicesimo secolo dal filosofo inglese Guglielmo di Occam, la migliore delle spiegazioni è quella che impiega il minor numero di congetture. «Moltiplicare le proprie ipotesi» oltre il minimo indispensabile è proibito, ed è questo che faremo tirando in ballo effetti «mentali» e il concetto della mente ctonica.

Addentriamoci invece nel regno degli esseri viventi, questa volta il mondo dei vermi che, verosimilmente, la maggior parte della gente non trova straordinariamente degni di simpatia e di tenerezza…….

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