In 40 anni abbiamo fatto scomparire il 60% degli animali vertebrati (ed ecco perché rischiamo anche noi)


Solo il 25% della superficie terrestre, anzi qualcosa meno, si trova oggi ancora nelle condizioni naturali originarie. I tre quarti del pianeta sono invece stati pesantemente modificati dall’azione dell’uomo: la nostra impronta ecologica, ovvero il nostro impatto sul consumo delle risorse e dell’ambiente, negli ultimi 50 anni ha avuto un incremento del 190%. Di questo passo, nel 2050 solo il 10% del pianeta risulterà non condizionato dal peso delle attività umane. Una percentuale troppo bassa per garantire serie prospettive di futuro all’umanità. Per questo è necessaria un’inversione di rotta. È la richiesta che emerge dal Living Planet Report 2018, il rapporto annuale che il Wwf realizza in collaborazione con la Zoological Society of London che rileva scientificamente lo stato di salute del pianeta.

Animali scomparsi

Una salute, come si è visto, alquanto precaria. Nel report è contenuto l’Indice del pianeta vivente che monitora la vita animale e lo stato della biodiversità globale. Pubblicato per la prima volta nel 1998, è alla sua 20esima edizione. Per due decenni ha dunque misurato lo stato di abbondanza di 16.704 popolazioni di oltre 4.000 specie di mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi, ovvero tutti gli animali vertebrati del mondo. Nell’edizione di quest’anno riporta un’analisi dei dati dal 1970 al 2014 che mostra un declino globale del 60% nelle popolazioni di vertebrati. In sostanza, più della metà di queste ce la siamo giocata nello spazio di circa mezzo secolo.

Il rischio estinzione

E ancora: sono circa 8.500 le specie a rischio di estinzione presenti nella Lista Rossa dello Iucn, l’Unione internazionale per la conservazione della natura. Nella maggior parte dei casi le criticità sono state dettate da uno sfruttamento eccessivo delle risorse e dalle modifiche agli ambienti naturali, in particolare quelle dovute all’agricoltura, responsabile almeno nel 75% dei casi delle estinzioni registrate dal 1500 ad oggi. «Altre minacce – fa notare il Wwf – derivano dal cambiamento climatico, un fattore sempre più decisivo, dalle dighe, dalle miniere e dalle specie che, spostate da un’area all’altra del mondo, diventano invasive, facendo concorrenza e spesso imponendosi sulle specie autoctone». Il rapporto evidenzia poi come il 20% della superficie delle foreste dell’Amazzonia sia scomparso in soli 50 anni, mentre gli ambienti marini del mondo hanno perso in 30 anni quasi la metà dei coralli.

L’appello ai leader

Da questi e da altri numeri che riempiono le pagine del report ha origine l’appello, o meglio il grido d’allarme, dell’associazione che chiede alle nazioni della Terra di impegnarsi in un “global deal” per la natura e le persone, con l’obiettivo di invertire questa tendenza di progressiva perdita della ricchezza della vita sulla Terra. L’obiettivo è non solo preservare le risorse naturali ma anche realizzare una più equa distribuzione che consenta di garantire in modo sostenibile il nutrimento ad una popolazione crescente, di limitare il riscaldamento globale a 1,5° e di ripristinare i sistemi ambientali che vanno via via perdendosi.

Il Pil e la natura

Del resto – si legge nel documento – è stato stimato che, globalmente, la natura offre servizi che possono essere valutati intorno a 125.000 miliardi di dollari, una cifra ben superiore al prodotto globale lordo dei Paesi di tutto il mondo, che si aggira sugli 80.000 miliardi di dollari. Come dire, la natura sarebbe il nostro migliore business se solo volessimo farlo rendere nel modo corretto. «Il mondo ha bisogno di una road map dal 2020 al 2050 con obiettivi chiari e ben definiti — commenta Donatella Bianchi, presidente di Wwf italia —. Va messo in campo un set di azioni credibili per ripristinare i sistemi naturali e ristabilire un livello capace di dare benessere e prosperità all’umanità». E Marco Lambertini, direttore generale di Wwf International: «Oggi abbiamo ancora una scelta. Possiamo essere i fondatori di un movimento globale che cambia la nostra relazione con il pianeta per garantire un futuro per tutti. Oppure possiamo essere la generazione che ha avuto un’occasione e l’ha fallita. La decisione è solo nostra»

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